Per un G20 dell’automobile
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15 May 2009
Se gli Stati membri del G20 rappresentano il centro finanziario del pianeta, essi ospitano anche la totalità della produzione mondiale dell’automobile… e delle sue sovracapacità strutturali, valutate a circa il 20% in periodo normale. Attualmente il settore dell’automobile attraversa un’importante crisi, con una previsione di perdita per il 2009 di oltre quindici milioni di veicoli, un vero terremoto per l’occupazione, che non può prescindere da sconvolgimenti industriali e tecnologici. È legittimo che le potenze emergenti cerchino di sviluppare un’industria nazionale. È, inoltre, comprensibile vedere i Paesi occidentali lottare per la sopravvivenza delle loro filiere tradizionali dell’automobile. Tutti elementi che portano ad un conflitto frontale, la cui conseguenza sarà il forte ritorno del protezionismo, il suicidio collettivo della filiera, già penalizzata dall’evoluzione della domanda dei vecchi consumatori di fronte ai rischi climatici. Ora, tecnologia e innovazione, supportate dal dialogo, possono consentire di trovare compromessi vincenti. È tempo di agire insieme.
Da qualche mese, si registra il forte impegno di tutti gli Stati nella filiera dell’automobile. I Paesi occidentali ed il Giappone che si devono confrontare con l’esorbitante indebitamento ed i passivi aziendali dei loro costruttori, i Paesi emergenti desiderosi di conquistare il principale mercato dell’innovazione industriale, fornendo il sostegno necessario ai propri costruttori sui mercati domestici.

Produzione automobile mondiale 2007
Se il settore dell’automobile resta essenzialmente internazionale, le concatenazioni sono importanti a causa della globalizzazione (“Global sourcing”) e le sfide legate ai volumi, in un’industria fortemente capitalistica, restano considerevoli. La configurazione del mercato, attuale e futura, pone, quindi, problemi a tutti: debolezza dell’utile operativo nella fase alta del ciclo (inferiore al 5% per i generalisti), ricavi fortemente negativi nella fase bassa del ciclo, elevata contrazione della domanda generale durante almeno 5 anni, sovrabbondanza di operatori inamovibili, quando anche la Cina dispone di circa ottanta costruttori di automobili, di cui dieci marchi a vocazione internazionale, ed una sovracapacità produttiva di circa il 40%.
Pertanto, ognuno resta insensibile ed agisce per il proprio interesse, compresa l’Europa. Ogni Stato industrializzato vuole salvare la propria produzione o il suo costruttore nazionale a tutti i costi, perché la pressione sull’occupazione è fenomenale, rappresentando la filiera il 10% della forza lavoro privata, sia in Europa che negli Stati Uniti. D’altra parte, ogni nuova potenza industriale si batte per conquistare la propria quota di produzione. Quindi, il principale finanziatore sarà il contribuente e la conseguenza il ritorno del protezionismo; ciò non può che aumentare la sovracapacità e ridurre l’innovazione.
Occorre, dunque, creare le condizioni di un intenso dialogo su questa filiera industriale, integrandola con un ulteriore importante argomento, le emissioni di CO2, l’altro grande tema di negoziazione multilaterale dell’incontro di Copenhagen. Se Kyoto non ha potuto inserire la parte relativa ai trasporti, il prossimo negoziato non si annuncia affatto migliore su questo punto. La crisi attuale offre la possibilità unica e reale per un accordo ambizioso su questo argomento, disegnando un compromesso industriale, commerciale e tecnologico tra i Paesi del G20.
Ne emergono sei priorità: definire le condizioni di risanamento dei costruttori di automobili dei Paesi industrializzati; definire le condizioni di accesso ai mercati occidentali dei costruttori indiani e cinesi, come già fatto per quelli giapponesi; definire una carta degli investimenti esteri; avviare un cantiere normativo di ampio respiro sulle tecnologie pulite; condividere esperienze nel rapporto veicolo/centro urbano; infine, impegnarsi per un trattato vincolante sulle emissioni di CO2 per veicolo e per Paese.
Per questo, non è necessario riunire i Capi di Stato. Riunioni dei Ministri dell’Industria e dell’Ambiente del G20, coordinate con il G20 finanziario e con il negoziato di Copenhagen, potrebbero essere sufficientemente efficaci e adatte. Idealmente, l’Europa, anche se finora ha fallito su questo argomento, potrebbe dimostrarsi esemplare, essendo gli Stati europei assolutamente obbligati a negoziare un accordo nella misura in cui dovranno salvare alcune aziende chiave europee.
Se è necessario che il sistema finanziario si riassesti, il settore dell’automobile sarà senza dubbio al centro delle tensioni tra gli Stati. La crisi di questo ecosistema sarà, infatti, crogiolo delle principali tensioni sociali per i Paesi industrializzati, essendo simbolo della cattiva globalizzazione e delle frustrazioni incontrollabili per i Paesi emergenti, cui si rifiuterà lo sviluppo industriale. Il dialogo è, quindi, ancor più necessario e indispensabile.
A cura di Matthieu Courtecuisse
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