L’America prepara la sua rivoluzione verde
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27 April 2009
Dal suo arrivo alla Casa Bianca, alcuni mesi fa, Barack Obama ha avviato diverse importanti iniziative, che testimoniano la determinazione a non rinunciare, nonostante la gravità della crisi finanziaria, ai suoi ambiziosi progetti in favore del clima, ed anche di servirsene.
L’America di Obama sta per attuare uno dei cambiamenti più spettacolari della sua storia, rompendo con gli otto anni di Bush, caratterizzati praticamente da un’indifferenza alla lotta contro il cambiamento climatico, almeno a livello federale?
Dalla sua elezione il 20 gennaio, il nuovo Presidente americano non manca di inviare segnali all’opinione pubblica per assicurare che la sua volontà di fare dell’ambiente una delle priorità del suo mandato resta integra, nonostante la gravità della crisi.
Una buona parte del suo ambizioso programma elettorale “New Energy for America” si ritrova, nel mega piano di rilancio da 787 miliardi di dollari in dieci anni che è riuscito, non senza difficoltà, a far approvare dal Congresso nel mese di febbraio. In base ai calcoli, da 75 a oltre 110 miliardi di dollari sono destinati ad iniziative legate al clima, di cui il 60% (stima HSBC) dovranno essere spesi tra il 2009 e il 2010. Con due scopi essenziali: il miglioramento e la gestione dell’efficienza energetica (oltre 44 miliardi di dollari) e gli investimenti nelle energie pulite (31 miliardi), soprattutto attraverso uno sforzo senza precedenti in materia di infrastrutture. Circa 8 miliardi di sovvenzioni sono previsti per linee ferroviarie ad alta velocità, 4,5 miliardi per rinnovare la rete elettrica ormai satura, altrettanti per la coibentazione degli edifici pubblici federali.
Sono anche previsti 21 miliardi di sgravi fiscali, destinati tra l’altro ad incoraggiare lo sviluppo delle energie rinnovabili (solare, eolico, geotermico e biocarburanti), per alimentare i crediti d’imposta per l’acquisto di veicoli elettrici, ecc. Misure che devono anche stimolare l’arrivo di fondi privati. Una “task force” è stata creata dal Ministro dell’Interno, Ken Salazar, incaricata di identificare i luoghi adatti, nel Paese e sul mare, per lo sviluppo su grande scala di queste energie pulite.
Per favorire la sua determinazione, Barack Obama ha costituito un “Gruppo d’assalto”, diretto dal suo Segretario di Stato per l’Energia, Steven Chu, premio Nobel per la Fisica nel 1997, e da Carol Browner, ex direttrice dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, che hanno assunto la direzione di un Consiglio di coordinamento energia/clima che fa capo alla Casa Bianca.
Posti di lavoro non delocalizzabili
E per convincere, si basa su due argomenti: il primo è la riduzione della dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero. Per questo, il percorso non esclude assolutamente il nucleare (20% dell’energia prodotta negli Stati Uniti). Steven Chu ha recentemente ricordato che è “una parte essenziale del mix energetico” degli Stati Uniti, a fianco del carbone pulito e dello stoccaggio della CO2, annunciando, tra l’altro, la creazione di una commissione d’esperti per “sviluppare una strategia a lungo termine che comprenda un piano di gestione dei rifiuti radioattivi”.
Il secondo argomento sono i posti di lavoro verdi. “Investire 100 miliardi nell’industria petrolifera, ad esempio, crea circa 542.000 posti di lavoro; la stessa cifra impegnata in un programma di infrastrutture verdi, ne crea circa quattro volte di più”, afferma Bracken Hendricks, del Center for American Progress, un “think tank” vicino all’amministrazione Obama. Un numero superiore di posti di lavoro e, soprattutto, “buoni posti di lavoro”, scarsamente delocalizzabili. Un argomento fondamentale quando la disoccupazione cresce.
Tuttavia, nonostante il valzer dei miliardi e la buona volontà della nuova Amministrazione, il piano verde di Obama comporta incertezze. E per niente insignificanti. Uno dei suoi assi principali è l’attuazione di un mercato dei diritti d’emissione dei gas serra, un “cap and trade”, sul modello di quello europeo. Obiettivo: riportare le emissioni americane al livello del 1990 entro il 2020, per poi ridurlo dell’80% entro il 2050. La Casa Bianca vuole mettere in offerta il 100% delle quote di CO2 e si attende anche 650 milioni di dollari di ricavi entro il 2019. Questo obiettivo scatena le paure degli industriali, in un’America responsabile di oltre il 20% dei gas ad effetto serra mondiali. Nel corso di un incontro nel mese di marzo, un gruppo di dirigenti, tra cui quelli di General Electric, Duke Energy e General Motors, ha vivamente sollecitato il Presidente, domandandogli di attivare, almeno all’inizio, permessi d’inquinamento gratuiti.
“Ma in questo modo”, ha risposto Obama, “non si potrà mai fissare il prezzo reale dell’affare!”. Non senza aggiungere che, in effetti, un sistema troppo costoso per le aziende non è possibile. Un comportamento conforme al suo metodo: annunciare i principi di base, ottenere i finanziamenti ed accettare poi la discussione, senza pregiudizi. Ha già richiesto al Congresso di elaborare un progetto di legge e la “Commissione Energia e Commercio” della Camera dei rappresentanti, presieduta dal convinto verde Henry Waxman, è all’opera, nella speranza di presentare un progetto a maggio, per un voto nel 2009 o, più probabilmente nel 2010.
Oltre una decina di progetti di “cap & trade” più o meno vincolanti sono già stati, invano, presentati al Congresso in questi ultimi anni. Le resistenze sono diverse, nate dal mondo degli affari, che grida allo stravolgimento della concorrenza, dai parlamentari, che giudicano il momento non opportuno, e da alcuni esperti, anche della squadra di Obama, che propendono ormai per una tassa sul gas di effetto serra.
“Gli Stati Uniti sono già molto in ritardo rispetto all’Europa. Hanno gli strumenti tecnici, soprattutto grazie alla loro esperienza di un mercato dell’SO2 creato negli anni ’90, per lottare contro le piogge acide. Ma, considerando la difficoltà di attuazione di un tale mercato, se il dibattito dovesse prolungarsi, gli obiettivi di riduzione potrebbero diventare insostenibili. In questo caso, una tassa potrebbe essere, in effetti, più rapida da attuare e più democratica”, nota Pierre Leplatois, di SIA Conseil.
Nonostante questo rompicapo, Barack Obama conserva due carte importanti, il sostegno dell’opinione pubblica e le iniziative forti a favore del clima già lanciate da oltre una ventina di Stati, in particolare la California e quelli del Nord Est del Paese.
Pubblicato su "Les Echos" il 25/03/09, Pagina 12, Sviluppo Sostenibile
Articoli in : Analisi dell'attualità ,Energia,Energie rinnovabili,Politiche energetiche,Sviluppo sostenibile
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