L’Italia ritorna al nucleare?
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5 March 2009
Il recente accordo bilaterale firmato da Sarkozy e Berlusconi preme sul pedale dell’acceleratore dello sviluppo del nucleare in Italia. Al di la degli aspetti di contenuto, l’accordo quadro evidenzia una forte volontà politica da parte dell’attuale esecutivo italiano di riprendere in modo significativo questa tecnologia, abbandonata a seguito del referendum del 1987. Ma la strada da percorrere è ancora molto lunga. Senza un approccio pragmatico l’accordo bilaterale rischia di rimanere “sulla carta”, o comunque di non produrre i risultati sperati. Per trasformare in fatti le dichiarazioni di intenti occorre affrontare preliminarmente tre principali elementi: la tecnologia, il consenso e gli investimenti necessari.
Tecnologia
Il referendum del 1987 ha determinato una severa contrazione delle competenze necessarie allo sviluppo della tecnologia nucleare nel territorio nazionale e ha azzerato sul nascere l’intero settore industriale collegato all’indotto. Al momento le possibilità di recuperare il divario tecnologico risiedono realisticamente solo in partnership con organizzazioni che invece non hanno mai abbandonato questa strada. Da questo punto di vista i francesi di EDF sono sicuramente fra i principali esperti al mondo di tale tecnologia. Ben vengano quindi gli accordi internazionali a questo proposito, così come sono positive le acquisizioni da parte di Enel di impianti nucleari all’estero. A prescindere dall’effettivo sviluppo che il nucleare avrà in Italia nei prossimi anni, mantenere una padronanza della tecnologia costituisce un’opzione di crescita che non possiamo permetterci di non avere, sia in merito agli attuali impianti EPR, sia in merito alle future evoluzioni di quarta generazione.
Consenso
L’Italia è il paese del NIMBY (Not In My Back Yard), delle opere incompiute, delle infrastrutture mancate. Impianti molto meno invasivi dal punto di vista delle comunità locali, incontrano resistenze elevatissime. Pensiamo agli impianti di rigassificazione, alla TAV o a semplici discariche di rifiuti. Un impianto nucleare potrebbe potenzialmente moltiplicare questo tipo di opposizione.Il tema del consenso è ancora in buona parte da affrontare. La volontà politica del governo centrale potrebbe non essere sufficiente a vincere le resistenze locali, se non adeguatamente coordinata, ad esempio concedendo significativi benefici economici alle comunità che si faranno carico di ospitare gli impianti (e al momento in prima fila ci sono i siti delle vecchie centrali nucleari, mai realizzate).
Investimenti
La redditività del capitale investito dei futuri impianti nucleari è, nonostante tutto, ancora incerta:
- I costi di costruzione sono incerti. L’impianto di Olkiluoto in Finlandia, uno dei pochissimi impianti nucleari in costruzione, ha visto lievitare il budget e allungarsi i tempi di avvio inizialmente stimati.
- I costi di decommisioning (cioè di dismissione al termine della vita utile dell’impianto) sono in gran parte sconosciuti. Basti pensare che le nostre centrali nucleari in costruzione ai tempi del referendum, non sono mai state completamente smantellate.
- La volatilità dei prezzi del petrolio rende difficile il confronto con investimenti alternativi e concorrenti in impianti di diversa tecnologia (gas, petrolio, carbone). Ai bassi livelli attuali del Brent, un impianto nucleare è difficilmente giustificabile.
Inoltre, l’elevato investimento iniziale e i lunghi tempi di costruzione, raffreddano gli interessi degli investitori privati e rendono quasi obbligatoria la compartecipazione di entità pubbliche. Non a caso il paese con la maggiore rilevanza del nucleare (la Francia) è anche uno dei paesi con il minor grado di apertura competitiva del mercato energetico in Europa. Gli elementi di complessità sopra riportati richiedono serie riflessioni a livello politico e tecnico, per evitare di diventare insormontabili ostacoli ad un reale sviluppo del nucleare in Italia. Ma allora, perché tutta questa spinta verso una strada complessa e irta di ostacoli? Non possiamo dimenticare che il Protocollo di Kyoto pone una spada di Damocle sulle nostre teste. Rispettare gli impegni, forse incautamente presi, di contenimento dei gas ad effetto serra, nelle attuali condizioni è probabilmente impossibile in assenza di interventi strutturali importanti. Le fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, biomasse, …) allo stato attuale della tecnologia non potranno essere sufficienti. Anche il sequestro geologico del CO2 non offre le prospettive necessarie. Il nucleare potrebbe essere la nostra unica possibilità per evitare l’isolamento internazionale sul tema della lotta al riscaldamento globale.
A cura di Matteo Neri
Sia Conseil
Articoli in : Approvvigionamento,Energia,Estrazione produzione,Nucleare,Politiche energetiche,Punti di vista
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