Impatto della crescita del prezzo dell’Uranio sull’elettricità

Invia Invia Newsletter 22 October 2008

impatto-crescita-uranio.jpgCome per molti altri beni di consumo, il prezzo dell’Uranio è salito alle stelle. Un aumento del 1.000% in totale registrato negli ultimi sette anni. La libbra ha raggiunto i 106 dollari alla fine del 2007.
Quali sono le cause di una tale esplosione? Perché un tale balzo per una materia prima normalmente economica? Quali sono le possibili conseguenze sui mercati dell’elettricità? Quali sono le prospettive che questa tendenza continui?

Contesto

La produzione di uranio è stata alta negli anni settanta, soprattutto dopo la crisi petrolifera del 1973. Due principali ragioni possono spiegare l’improvvisa crescita della domanda a quell’epoca:

  1. la corsa agli armamenti tra l’Unione Sovietica e gli USA ;
  2. la politica di sicurezza energetica negli altri paesi occidentali che ha obbligato le aziende energetiche nazionali a creare riserve strategiche.

Un paio di anni dopo, la domanda è crollata. Diretta conseguenza degli incidenti di Three Mile Island nel 1978 e di Chernobyl nel 1986, il programma nucleare civile ha conosciuto un rapido rallentamento. In parallelo ed in seguito allo smantellamento della Russia, l’accordo firmato tra Stati Uniti ed ex Unione Sovietica ha reso inutili le riserve militari, che sono state utilizzate per il nucleare civile.

I produttori di elettricità hanno potuto utilizzare questo carburante a basso costo (meno di 10 dollari la libbra) e non è stato più redditizio investire nell’esplorazione e nella produzione di questo minerale. Tutti i giacimenti esistenti si sono esauriti uno dopo l’altro.

Strutturalmente, dalla fine degli anni ottanta, il consumo dell’Uranio ha superato la produzione. Oggi, sono prodotte ogni anno 78.000 tonnellate di Ossido di Uranio (fonte: WNA): il 64% estratto dalle miniere, il 33% proveniente dalle scorte militari e civili, il 3% dal riciclaggio.

Le principali ragioni dell’attuale tendenza al rialzo

Diversi sono gli elementi che possono spiegare l’aumento del prezzo dell’uranio a partire dal 2003. In base ad un recente studio della WNA (figura 1), la percentuale delle scorte militari e civili dovrebbe diminuire del 70% entro il 2030, mentre la produzione dovrebbe crescere solo del 20%.

Figura 1: Evoluzione prevista della domanda e offerta di uranio fino al 2030

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Nello scenario più aggressivo (curva gialla), la WNA stima il raddoppio della capacità nucleare installata entro il 2030 e una crescita della domanda di uranio di 6 MtU per alimentarla. Le attuali riserve naturali (4,75 MtU) si pensa possano durare 70 anni all’attuale ritmo di consumo. In questa analisi sono stati presi in considerazioni fattori di rischio che potrebbero bloccare la produzione, quali allagamenti o incendi nelle miniere.

La messa in evidenza di questi fattori strutturali ha portato all’aumento eccezionale delle riserve dal 2003 (figura 2), a parte una improvvisa riduzione delle transazioni spot nel primo quadrimestre del 2008; di fatto queste transazioni rappresentano quasi il 10% dell’intero portafoglio delle Utility. I contratti a lungo termine non sono variati nel frattempo. Con petrolio e gas, l’Uranio sembra poter diventare la prossima materia prima ad avere un prezzo alto.

Figura 2: Evoluzione storica del prezzo (uranio e petrolio Brent dal 2001)

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Gli impatti sul prezzo dell’elettricità

Il prezzo del kWh in uscita dalle centrali è basato sul costo degli investimenti iniziali, della manutenzione, del carburante e del trattamento delle scorie.

Nel caso di una centrale nucleare gli investimenti iniziali sono molto elevati, anche se giustificati dal punto di vista economico. Infatti, il costo del capitale di debito è attualmente favorevole (tasso tra il 5 e l’8%) ed il rendimento degli impianti molto alto. Come conseguenza il prezzo del kWh nucleare è molto al di sotto di quello prodotto con altre fonti tradizionali.
Inoltre, come illustrato nelle figure 3 e 4, il kWh è abbastanza insensibile alla volatilità del prezzo dell’Uranio:

  1. il carburante rappresenta solo il 20% del prezzo finale del kWh nucleare ;
  2. l’uranio non viene utilizzato direttamente, ma deve prima essere convertito e arricchito per poter essere sfruttato. Questi costi supplementari influiscono consistentemente sul prezzo finale del carburante.

Figura 3: Composizione del costo di 1 kg di carburante nucleare

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Un forte incremento del 50% della materia prima porterebbe solo ad un aumento del 3,2% del prezzo in uscita dalle centrali. E’ relativamente basso considerando che il prezzo in uscita dalle centrali a ciclo combinato a gas sale del 30% quando il costo del gas naturale aumenta del 50%. (figura 4).

Figura 4: Evoluzione dei costi in uscita di centrale a seconda dei prezzi dei combustibili

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In Italia il mix energetico è caratterizzato dallo sbilanciamento verso petrolio e gas rispetto ad altri paesi europeo. Nello schema seguente si nota l’assenza del nucleare, la bassa incidenza del carbone nel mix delle fonti energetiche e l’elevato ricorso al gas naturale.

Figura 5: Composizione del mix di combustibili utilizzati dal parco di generazione italiano

uranio-graf-5.jpg

Per far fronte alla costante crescita della domanda e al rincaro del costo delle fonti energetiche fossili, il governo italiano sta studiando la diversificazione del mix energetico con l’introduzione del nucleare, scegliendo, di rimettere in discussione la posizione presa in seguito al referendum del 1987 dopo il quale fu “di fatto” sancito l’abbandono da parte dell’Italia del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico.
In 22 anni, il contesto è cambiato per via del rafforzamento delle regole l’Ue e l’adesione alle necessarie riforme ambientali. Quindi gli sforzi dei prossimi anni punteranno sull’assicurare una maggior indipendenza nell’approvviggionamento, creare una riserva energetica protetta dai balzi del prezzo del greggio e, in rispetto agli accordi di Kyoto, realizzare un taglio alle emissioni della CO2 dovute in gran parte ai fumi delle numerose centrali che producono l’elettricità. Di conseguenza, il nucleare ritorna in scena, come evidenziato anche dai lavori e dagli investimenti che l’Enel sta realizzando negli ultimi anni [1].
D’altro canto, negli accordi europei, l’Italia si è impegnata a rispettare il pacchetto clima, il cosiddetto 20-20-20 (ndr: Taglio del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020 ; Aumento del 20% l’uso di energie rinnovabili ; Aumento del 20% l’utilizzo di biocarburanti nel settore trasporti). Anche se, proprio in questo momento – stiamo scrivendo a ridosso del Summit Clima di ottobre 2008 – è ancora in fase di negoziazione, il paese dovrà affiancare all’introduzione del nucleare un sostanziale sviluppo delle energie rinnovabili per passare dall’attuale quota del 16-17% a quella del 25%, in linea con gli obiettivi europei.

SIA CONSEIL ITALIA

Note:
[1] Enel, infatti, oltre a delle partecipazioni importanti in varie impianti nucleari stranieri (Russia, Bulgaria, Slovacchia, Romania, ecc. e sopratutto la partnership siglata nel 2007con la francese Edf per gli impianti nucleare di nuova generazione EPR), il nuovo governo intende iniziare a costruire in Italia, entro il 2013, centrali nucleari di nuova generazione per superare la dipendenza della penisola da gas e petrolio. (Fonti: enel.it e Reuters)

Fonti:

  • EDF
  • Energy Watch Group
  • United Nations Conference on Trade and Development
  • World Nuclear Association

Articoli in : Analisi dell'attualità,Approvvigionamento,Commercializzazione,Energia,Nucleare

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