Unbundling, Bruxelles ha imboccato la strada sbagliata
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18 June 2008
“La separazione tra fornitori di energia e gestori di rete è priva di un’analisi industriale e finanziaria”
Il 19 settembre 2007, la Commissione europea ha reso note le proprie scelte in materia di separazione fra fornitori di energia e gestori delle reti di distribuzione, denominata «unbundling».
Purtroppo, i criteri che hanno dettato questa scelta non sono soltanto guidati da una visione ristretta della concorrenza i cui benefici non sono dimostrati in materia di tariffazione, ma, soprattutto, essi mancano di una appropriata analisi industriale e finanziaria.Infine, ci si può anche interrogare sull’opportunità politica di questa opzione. In un momento in cui l’Europa deve, categoricamente, rilanciare la propria politica energetica, ecco che si profila un vero e proprio casus belli, in quanto, con il tema nucleare, questo argomento genera una delle due principali linee di divergenza in Europa. Un argomento inutilmente dibattuto in un’ora in cui è più opportuno concentrare gli forzi sulla sicurezza di approvvigionamento o sullo sviluppo dell’efficienza energetica.
Nella sua analisi, la Commissione occulta gli aspetti industriali dell’«unbundling», accontentandosi di una visione generica della concorrenza e – ignorando gli interessi industriali propri di ciascun paese – cerca di spezzare i grandi gruppi integrati (EDF, E.On, GDF, Suez) che essa assimila ad un protezionismo economico. Ma esaminiamo i fatti più da vicino.
Quale sarebbe il futuro dei gestori della rete di trasmissione (GRT) se, in un domani, essi uscissero dal controllo capitalistico di un fornitore di energia, soluzione che è quella privilegiata dalla Commissione? Innanzi tutto, essi subirebbero una modifica azionaria: là dove ciò è già avvenuto, la soluzione scelta, la più naturale, non è quella dello Stato, ma piuttosto quella della quotazione in Borsa. Questa modifica non è senza rilievo nel management e nella ricerca di performance finanziaria, in quanto, per via del limitato perimetro della sua attività e della fissazione delle tariffe ad opera del regolatore, la performance finanziaria di un GRT dovrebbe potersi assimilare ad una obbligazione di Stato. Ora, nei fatti, questo modello resta teorico. Se in un primo tempo esso spinge a ottimizzare la produttività per ricavare maggiori profitti, in un secondo tempo – poiché la finanza ha orrore del vuoto – la ricerca di una maggiore performance finanziaria conduce i GRT a volersi espandere. Esistono oggi tre tipi di scenari di espansione: la presa di controllo di GRT fuori Europa (l’esempio inglese), la fusione tra GRT Gas e Elettricità su uno stesso territorio nazionale e la costruzione di GRT europeo monoenergia.
Criteri nazionali. Lo sviluppo fuori Europa si ispira essenzialmente ad una logica finanziaria. Questo modello presuppone che, con la diffusione del proprio know-how tecnico, il GRT sarà in grado di correggere la redditività operativa di GRT non europei acquisiti. Questa via non porta dunque alcun vantaggio alla politica energetica europea. Per gli altri due scenari, le cose si complicano. In effetti, in funzione dei paesi, gli interessi industriali e le sinergie variano sensibilmente a seconda di criteri quali la parte di produzione di elettricità generata dal gas, la parte di transito determinata in gran parte dalla posizione geografica o, ancora, la dimensione del paese. Anche occultando la sensibilità politica di questo tipo di dossier, è impossibile stabilire un migliore scenario industriale su scala europea.
Se la Commissione può stabilire una dottrina uniforme dei principi della concorrenza su scala europea, un consenso industriale tra gli Stati non è in pratica concepibile. D’altronde, in un simile scenario, nel caso si opponga, la Francia non è il paese che ha più da perdere, tutt’altro. La frattura industriale è equivalente a quella esistente nel dibattito sul ruolo del nucleare. Ma con una differenza di fondo: lo sviluppo del nucleare ha un impatto identificato e favorevole sulla sicurezza e il costo di approvvigionamento, mentre la via dell’unbundling, là dove esso è stato attuato, non permette di stabilire in modo certo vantaggi potenziali, né in termini di miglioramento delle condizioni della concorrenza, né in termini di sicurezza di approvvigionamento, né in termini di sinergie di costo. Dove sono dunque i vantaggi per i consumatori?
Concorrenza e politica industriale. Peggio, scenari di questo genere fanno emergere nuovi rischi industriali quali una minore ottimizzazione degli investimenti (interconnessioni, terminali metanieri) o una reattività ai minimi termini in caso di crisi di approvvigionamento, in particolar modo per il gas, nell’attuale contesto che ciascuno conosce con Gazprom. È dunque interesse di tutti (Stati, consumatori e industriali) e forse anche salutare, che la Commissione europea integri finalmente nella sua analisi sia la concorrenza sia la politica industriale.
Sia Conseil Italia
A cura di Matthieu COURTECUISSE, Direttore Generale e fondatore di Sia Conseil.
La versione francese di questo articolo è stata pubblicata nel quotidiano economico La Tribune 10/07/07
Scarica l’articolo “Bruxelles fait fausse route sur l’unbundling”.pdf
Articoli in : Deregulation,Elettricità ,Energia,Gas naturale,Punti di vista,Trasporto & Distribuzione
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