E le risorse? Non sono molto umane
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23 January 2009
All’alba del 2009 e nel momento in cui si concretizzano sempre più gli impatti della crisi finanziaria nell’economia reale, pubblichiamo una pungente riflessione del Professor Massimo Merlino sui comportamenti di aziende e managers di fronte al rapido turnaround degli ultimi mesi: corsi e ricorsi con le solite ricadute sulla gestione delle risorse umane…
E LE RISORSE? NON SONO MOLTO UMANE
1. Ma cos’è questa crisi…
Così cantava l’indimenticabile comico romano Ettore Petrolini negli avanspettacoli degli anni ’30/40, ironizzando sulla crisi economica durata dal ’29 alla guerra, quando il fascismo nazionalizzò il 60% dell’economia italiana attraverso l’IRI, un po’ come Gordon Brown oggi in UK. Crisi da cui si uscì solo con la domanda di armamenti. Effettivamente l’Italia non presenta a livello macroeconomico le condizioni del mondo anglosassone:
- le azioni sono possedute solo da un 10% della popolazione
- i mutui a tasso variabile solo da un milione di famiglie su 22 milioni
- il debito pubblico è il 104% del PIL, terzo al mondo, ma il debito delle famiglie è trascurabile rispetto al 100-150% delle entrate nelle famiglie anglosassoni. Inoltre il debito pubblico è posseduto dagli italiani stessi, che hanno un patrimonio di 8 miliardi di €, 7 volte il PIL annuale, 400 mila € per famiglia, metà in case e metà in titoli quasi sempre di Stato: una bella garanzia a fronte dell’indebitamento collettivo, che pesa per circa 75 000 € a famiglia.
Eppure vi è una riduzione di consumi di circa il 10-15% a seconda dei settori, ma nessun stipendio è stato ridotto e la cassa integrazione ha cominciato a muoversi solo negli ultimi due mesi. Si può pensare ad una crescita delle persone senza lavoro quindi, ma dovrebbe valere solo per i dipendenti di imprese che esportano in USA o in Asia, anche se questa non smetterà di crescere data l’enorme domanda interna da soddisfare. Ora l’Italia esporta il 20% del proprio PIL e quindi una caduta del 10% delle esportazioni, significherebbe una caduta del 2% del PIL, che se approssimato in termini di occupati, del 2% degli occupati , che sono 23 milioni. Quindi una perdita massima di 460000 posti di lavoro. Per ora sono 180000 quasi tutti al nord, in cassa integrazione all’80% dello stipendio. Una caduta del PIL del 2% è un’ipotesi pessimistica e comunque significherebbe circa 24 miliardi di consumi in meno, su un totale di 1200 miliardi. Non sembrano cifre catastrofiche, sono quelle di una finanziaria annuale. In definitiva, a partire da una situazione finanziaria ben diversa da quella anglosassone, c’è una certa probabilità di perdita di lavoro sulle imprese esportatrici che sono solo 172000 su 5 milioni totali. Più grave è l’atteggiamento psicologico imitativo dei consumatori americani, indotto da media urlanti, che porta italiani che già risparmiano il 12% di redditi tra i più bassi nei Paesi sviluppati, a rinviare acquisti meno necessari.
La linea di intervento dei governi non può che essere di stimolo della domanda, quindi infrastrutture, meglio in Project Financing, e defiscalizzazione, quest’ultima pressochè impossibile per il vincolo di Maastricht sul debito pubblico. Chi ne approfitta per nazionalizzare a destra e a manca avrà bisogno di un’inflazione galoppante tra cinque anni per annullare i debiti contratti, oltre alla inevitabile caduta di produttività e competitività dell’impresa statalizzata.
2. Impatti sulle risorse e la gestione delle imprese
E’ chiaro che in un contesto come quello descritto una melma di angoscia invade le menti degli individui e quindi anche dei managers, meno dei veri imprenditori. Questo porta a comportamenti molto cauti: rinvio degli investimenti di medio periodo, taglio delle spese, riduzione costi di tutte le risorse impiegate nella produzione di beni o servizi, energia, materiali e anche persone. Poi ci sono le imprese che opportunisticamente approfittano del clima generale per completare ristrutturazioni decise da tempo o chiudere con prepensionamenti di operai invecchiati fabbriche già sostituite da omologhe in Asia, come nel settore tessile o meccanico. Altri settori come l’auto e gli elettrodomestici erano da tempo in difficoltà, perché le famiglie hanno raggiunto indici di saturazione di questi beni molto elevati: in Italia abbiamo il secondo parco pro capite mondiale di auto e gli elettrodomestici sono in ogni famiglia, per non parlare dei telefonini di cui ne abbiamo 1,34 a testa. Quindi non solo gli individui consumatori non spendono, ma anche e imprese gestiscono potremmo dire “in apnea” limitandosi al minimo indispensabile. Questo clima offre grandi opportunità di consulenza di tipo efficientistico, anche se ogni eventuale progetto deve avere precisi vantaggi economici a breve dimostrabili al cliente. In particolare penso ai temi di Energy Saving, che vengono molto apprezzati dagli interlocutori che si incontrano in imprese e banche, ma vale anche per gli interventi logistici. Aumenterà altresì in banche e assicurazioni la domanda di ulteriori e più stringenti politiche e procedure di analisi del rischio e di controllo delle modalità di lavoro strategiche e operative.
3. E le risorse umane?
Per queste si rinvia al titolo di queste riflessioni: si accentuerà lo iato tra persone sempre più colte, ricche di desideri, stimolate da Facebook ad una società di interrelazioni amichevoli anche con i capi, e che pensano al lavoro come a una leva di crescita personale complessiva, e la realtà assai conservativa delle imprese, che vogliono i cuori oltre che le menti delle persone e tutto il loro tempo vitale utilizzato ai propri fini di sopravvivenza, con meno risorse possibili. Uno iato già molto forte tra gli sbandierati programmi di Change Management e il realistico/cinico comportamento day by day delle direzioni del personale. In tempi di crisi la cultura emergente al potere diventa quella ragionieristica, intimamente prudentissima, se non negativa. Il taglio indiscriminato, l’anoressia aziendale indotta, lo svuotamento dell’innovazione nei prodotti e nei processi. E’ un pochino un ritorno agli anni della mia gioventù, quando intere generazioni si “affidavano” fantozzianamente alle imprese, accettando qualunque lavoro in qualunque posto del mondo, i malumori del capo, gli scatti di carriera pluriennali, le promozioni dei raccomandati…. Il nostro compito come esperti Change è molto arduo nei periodi di crisi , ma determinante in quanto dobbiamo sostenere ancor di più le persone, rafforzandone la capacità di tolleranza dell’ambiguità, dell’incoerenza tra il proclamato e il realizzato nei fatti dalle Direzioni, spingendo le persone a riconoscere in sé elementi proattivi di professionalità che possano trasformarle in agenti di cambiamento di se stesse verso nuove sfide interne o esterne al loro ambiente di lavoro in crisi. Nel caso di programmi di riduzione è nostro impegno professionale assicurare che le scelte non siano indiscriminate ma selettive al contrario di ciò che normalmente avviene, per cui rimangono in azienda i peggiori. Insomma dobbiamo contribuire a far riflettere le imprese non su numeri intercambiabili , ma su individui preziosi nei loro talenti. Naturalmente il ruolo della consulenza è di anticipare questi gap tra persone e strutture aziendali, far capire alle Direzioni le nuove situazioni culturali e psicologiche che si vanno creando e effettuare una mediazione culturale tra i bisogni delle persone e le azioni di formazione e sviluppo, ma in questi tempi anche di ristrutturazione e selettività di investimenti, che le Direzioni intraprendono.
Sia Conseil Italia
A cura del Prof. MERLINO (CEO di Sia Conseil Italia)
Articoli in : Analisi dell'attualità ,Change Management & HR,Management,Punti di vista
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